Ho cercato di avere accesso ai suoi lavori contenuti nel Manoscritto 266 Herwarth, ma la loro edizione in fase di pubblicazione da parte della LIM si è arenata ancora una volta, nonostante sia in preparazione ormai da anni.
Arthur J. Ness in una recente e-mail mi spiegava che i suoi due papers esposti a convegni di ormai vent'anni fa non furono mai pubblicati. Sono stati però fusi nell'introduzione alla sua edizione delle opere di Marco, quell'edizione -appunto- che non viene mai stampata.
Mi sembrava significativo studiare Marco in questi giorni, così drammatici per L'Aquila, e che inevitabilmente ricordano -pare- un altro terremoto di cinque secoli fa, che aveva probabilmente spinto Marco proprio verso Venezia. Ottenne l'autorizzazione a stampare la sua musica, ma del suo lavoro, se mai fu pubblicato, tutte le copie sono andate perdute.
Forse il Manoscritto 266 Herwarth è una copia a mano della sua edizione, ma allo stato attuale degli studi è impossibile averne conferma.
Così mi limito a studiare i brani contenuti nell'edizione di Casteliono del 1536, pochi e densi, complessi di una polifonia affascinante, impossibili da offrire in concerto.
Sono passati cinque secoli, e i terremoti -tra le moltissime tragedie che provocano- ancora sembrano congiurare contro le poche, delicate opere di un oscuro e quasi dimenticato liutista, che deve un pizzico della sua notorietà al fatto di essere stato l'insegnante di quel Pietro Aretino che per comprensibili motivi raramente viene studiato nelle scuole.

Ogni tanto un brano specifico, una danza, un ricercare sembra imporsi e pretendere di essere suonato su un registro più acuto, o più basso. E così, anche l'amatore non-evoluto che io sono sente rodersi dentro la curiosità filologica: ma come sarebbe stato su un liuto in la, per esempio? O su uno in mi?
